Il tempo delle lotte: Paolo e Luca liberi!

piraPuntuali come sempre arrivano le notizie ai danni degli attivisti dei movimenti che subiscono le misure cautelari ormai da più di cinque mesi. Il 15 ottobre infatti, è arrivata la risposta da parte del giudice per quanto riguarda la richiesta di scarcerazione di Luca e Paolo e di chi ha ancora l’obbligo di firma. La richiesta è stata rigettata e ancora le motivazioni non sono state rese note. Non ci vuole troppa immaginazione però per capire che le motivazioni saranno quelle di sempre, quelle che tengono ancora i compagni costretti all’inattività e ad impedire il loro contributo prezioso alle campagne, alle lotte, alle iniziative che animeranno i prossimi mesi, secondo una presunta pericolosità sociale.

In una società in cui la giovinezza del presidente del consiglio e la sua capacità comunicativa sposta, anche se in parte, l’elettorato medio si pensa che la sostanza delle mobilitazioni e delle proteste messe in piedi lo scorso anno siano da attribuire ad eventuali figure carismatiche.

Mettere la propria voce a disposizione delle lotte, avere la capacità di interpretare e tradurre l’entusiasmo e la voglia di lottare di migliaia di occupanti non vuol dire, di certo, avere la responsabilità unica di quello che succede nelle piazze. La sola responsabilità che noi vediamo è quella dei governi che impoveriscono sempre di più la gente con la scusa della ripresa economica. Relegare chi soffre dentro la marginalità, dentro la retorica che chi vive dignitosamente se lo merita e chi no è un inetto, provoca delle reazioni: quelle di classe, quelle della rabbia e della riappropriazione.

La loro pericolosità sociale è veramente un ossimoro. Dovrebbe essere le comunità che ha trovato un’alternativa alla miseria a dire cos’è pericoloso per se stessa, non i tribunali che politicamente decidono ciò che è meglio mettere a tacere per permettere la pace sociale. Un pace che ci vuole vedere complici della devastazione dei territori, del pignoramento delle case, dell’ulteriore precarizzazione e sfruttamento di chi lavora, della disoccupazione dilagante. Strumenti utili ad una parte della società, quella minoritaria e che si avvale del diritto di giudicare e di sopprimere chi non vuole restare a guardare.

Al suono di “crisi”, “situazione difficile per l’economia italiana”, “immigrazione dei cervelli” (delle forza lavoro diremmo noi), “spread negativi”, “debito”, “disoccupazione” si vuole semplicemente tenere a bada le persone aspettando che il Renzi di turno risolva i problemi. Ma la classe dirigente italiana i soli problemi che sente e vuole risolvere sono quelli dei profitti in calo. Come mai non si da il loro vero nome alle cose? Le leggi che il governo Renzi ha prodotto sono proprio l’emblema di quanto, in realtà, gli unici interessi che si vogliono tutelare sono quelli dei palazzinari, dei padroni delle cooperative, delle banche, delle ditte edili pronte a costruire le grandi opere e a sfruttare gratis il lavoro volontario. Il piano casa di Lupi stanzia fior fiori di quattrini per banche e palazzinari, lo sblocca italia altrettanto, per non parlare del jobs act: Renzi interviene sul contratto a tempo indeterminato per renderlo determinato e per sgravare le imprese dal pagare i contributi. E tutto questo ce lo offrono come opportunità! Rilanciare gli investimenti, rilanciare l’occupazione. Ecco che le paure sono placate…

Allora gridiamo a gran voce che noi non abbiamo paura e non perchè qualcuno ci rassicura con false promesse ma perchè non abbiamo paura di mandarli a fanculo. Non abbiamo paura di sperare di poter vivere in un mondo diverso da quello che ci stanno proponendo. Stanno compiendo una trasformazione radicale del mondo in cui viviamo: bene noi la prendiamo come una sfida non come una sconfitta! Accogliamo la sfida di trasformare sui loro provvedimenti, sulle loro trasformazioni le comunità in cui viviamo. Ci stanno dando l’opportunità nella resistenza, nella lotta alla trasformazione che devasta, di creare delle comunità resistenti e in grado di generare nuovi modi di vivere. Dentro una condizione comune di sfruttamento troviamo le chiavi per generare nuovi legami e relazioni basate sulla solidarietà e sulla fratellanza.

Ecco perchè attorno a Paolo e Luca e alla volontà di depotenziare le lotte che animiamo insieme, si stringe quella comunità che è viva e attiva nelle nostre città. Ci stringiamo a loro non per consolarli, ma perchè anche di fronte al tentativo di trasformare le occupazioni in luoghi dove si sfrutta la gente, al tentativo di rendere illegali le utenze e le residenze dentro le occupazioni, al tentativo di personalizzare le lotte svuotandole del loro contenuto opponiamo quella comunità solidale e pronta a cambiare di segno tutto questo. Non vogliamo dargli la possibilità di trasformare quello che abbiamo ma di trarne solo ancora più forza.

Con lo stesso spirito guardiamo agli arresti no tav, alle restrizioni ai danni degli studenti, alle misure cautelari sui facchini. Allo stesso modo guardiamo a tutte le lotte che si muovono sui territori e producono quel rifiuto necessario utile alla nostra trasformazione, quella della nostra parte, che dal basso e attraverso l’autorganizzazione genera e produce quelle comunità a cui insieme diamo vita.

Trasformiamo l’esistente per generare, dare vita non per distruggere, questa è la nostra alternativa e non abbiamo paura della sfida.
Paolo e Luca liberi!
Libertutt!

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