Siamo pronti?

9423042“I quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l’arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione..”

Ballard – Regno a venire

 Nella città di Roma da alcune settimane emergono alcune contraddizioni che si inseriscono irruentemente nel dibattito politico istituzionale, trovandolo inadeguato. Nonostante si sia già detto molto su queste vicende, vorremmo continuare a dare degli spunti utili al ragionamento, consci del fatto che un fenomeno così complesso non si comprende attraverso un semplice punto di vista, ma alimentando un dibattito costruttivo direttamente dipendente dallo sperimentarsi sul campo.

Proveremo a indagare più che sentenziare, a non essere arroganti con chi oggi si sente in difficoltà, attanagliato da otto anni di crisi con conseguenti tagli alla spesa pubblica, aumento delle tasse, della povertà e dello sfruttamento per chi ha la possibilità di lavorare.

Pensiamo che i fenomeni che si stanno dispiegando a partire da Corcolle e Torpignattara passando per Tor Sapienza non siano una specificità romana, quanto piuttosto che situazioni di questo tipo si riprodurranno sempre più frequentemente nelle periferie delle metropoli così come in città più piccole nell’intero territorio nazionale. Cercare di approfondire la questione può aiutare a mettere a confronto i territori e a dare una lettura generale di quello che succede nel nostro paese.

A Roma quello che abbiamo di fronte sembra non essere esclusivamente un semplice caso di razzismo contro il centro di accoglienza di viale Giorgio Morandi; nelle ragioni che muovono la rabbia degli abitanti esiste molto altro ancora. Il centro di accoglienza è stato preso di mira perchè i migranti sono considerati la causa del peggioramento dei problemi che gli abitanti vivono in quella zona. Sono gli stessi cittadini a denunciare infatti che i servizi pubblici non sono mai stati così presenti nel quartiere e che l’abbandono da parte delle istituzioni non è di certo un fatto recente. Le periferie di Roma hanno attraversato fasi storiche diverse, per nulla esenti da problematicità. Quella in cui ci troviamo sembra essere simile agli anni in cui a Viale Giorgio Morandi per rispondere al “degrado” (parola che dà una accezione negativa alla miseria e alle sue conseguenze e che non descrive semplicemente un territorio ma gli conferisce un giudizio morale), si occupavano gli scantinati delle case popolari o in generale gli alloggi vuoti perchè la gente non riusciva più, esattamente come succede oggi, a sbarcare il lunario.

Tor Sapienza è colma di migranti da almeno dieci-quindici anni ma per chi vive da sempre di economia informale sono diventati un problema nel momento in cui la torta piccola piccola che è rimasta non può più essere spartita con nessuno. Di fatto però, non riuscendo a cogliere fino in fondo tutte le motivazioni e a volte si rischia di fare delle semplificazioni da bar che sono poco utili al ragionamento e alla messa in discussione prima di tutto del nostro operato. A nostro avviso le semplificazioni inducono a confondere le cause con gli effetti.

A proposito di bar infatti, è buffo ma per poter comunicare con le persone delle case popolari di Tor Sapienza, come a Primavalle, perfino i politici di professione sono stati costretti a tornare al bar. Per anni infatti, si è pensato di poter sostituire le piazze reali con quelle virtuali, le piazze centrali e generaliste con quelle quotidiane e dislocate nei territori. Tutto ciò è frutto di un dibattito piatto, che spesso fa paura, che non ci fa interrogare sulle reali esigenze di chi dovrebbe stare accanto a noi nelle piazze. Spesso ci sembra assente, più di ogni altra cosa, un confronto che dovrebbe parlare del tempo e dello spazio della politica e della messa in discussione dell’esistente, anche di quello di cui facciamo parte. Di fronte al vuoto che ha lasciato la politica isituzionale nei quartieri e alla mancanza abbissale di punti di riferimento per le persone, abbiamo preferito inseguire l’aspetto mediatico parlando alla gente attraverso il web piuttosto che riempire quel vuoto riversandoci con tutte le forze tra la gente. Precisiamo però che non ci interessano nenche le vie uniche e le critiche fine a se stesse.

Pensiamo semplicemente che proprio perchè la realtà è complessa non ci sono delle ricette pronte all’uso. Non crediamo che bisogna stare nei quartieri e quindi rinunciare alla comunicazione virtuale e alla capacità che ha di alimentare e di strutturare simbolicamente il dibattito politico, ma pensiamo sia necessario avere la capacità di stare dentro le due dimensioni senza metterle in contrapposizione. Inoltre, sempre a partire da questa complessità siamo fermamente convinti che accanto alle indicazioni di carattere generale che mettono in discussione l’operato dei governi dei sacrifici è necessario affiancare le pratiche quotidiane di messa in discussione dell’esistente.

È da molto tempo ormai che con la scusa della ripresa economica le risorse in questo paese vengono stanziate per compiacere banche e palazzinari e per agevolare il mercato immobiliare, la costruzione delle grandi opere, le agevolazioni all’edilizia privata e l’estinzione di quella pubblica sono solo un pezzo di quel progetto di smantellamento del sistema di welfare sociale ormai quasi definitivamente compiuto. Pensiamo che i fondi devono essere utilizzati per la messa in sicurezza dei territori a rischio alluvioni e terremoti, devono essere messi a disposizione per l’edilizia pubblica residenziale e scolastica, devono essere investiti per il reddito minimo. Ma tutto questo può avvenire solo se parrallelamente riusciamo ad avere la capacità quotidiana di articolare una rottura netta con chi rappresenta il potere più diretto e vicino noi; Indicare i responsabili e produrre rifiuto su tutti i livelli. E se nei magazzini nei momenti di sciopero nazionale la rottura si produce con tutto il comparto delle cooperative e delle aziende della logistica, quotidianamente si produce con il capo reparto. Se gli occupanti scendono in piazza contro il piano casa di Lupi e la svendita dell’edilizia residenziale pubblica, quotidianamente si riappropriano delle case, riallacciano le utenze e conquistano reddito. Se nelle università e nelle scuole il nemico è la Giannini, la legge di stabilità e il governo Renzi quotidianamente si contestano i rettori e i presidi, si occupano spazi nelle università e si bloccano le scuole.

Il tempo delle mobilitazioni di piazza, dello sciopero può essere azzeccato quando si coglie un un disagio comune e lo si porta nelle piazze, dovremmo però riuscire a coniugare questi eventi con quello che succede o dovrebbe succedere ogni giorno nei posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e nelle università. Dopo lo sciopero del 16 ottobre i facchini della logistica nei magazzini di Roma hanno continuato a scioperare, lontano dai riflettori. A Centocelle dopo il corteo del 18 gli abitanti hanno continuato a bussare alle porte dello sportello territoriale e a resistere agli sfratti.

Siamo in grado di produrre questo tipo di meccanismo?

Siamo in grado di svegliarci la mattina dopo i momenti di piazza e trovare una fetta di questa società che ha messo in discussione la sua esistenza, il suo modo di vivere? Siamo in grado, noi prima degli altri, di alzarci la mattina è rifiutare in blocco l’esistente a partire dal luogo in cui lavoriamo, nelle aule in cui facciamo lezione e nei luoghi in cui pensiamo di produrre cultura altra?

Per quanto riguarda Torsapienza invece, siamo in grado di rendere riproducibili alcune esperienze, seppure insufficienti, anche la dove ancora è difficile arrivare? Crediamo infatti che i fenomeni verificatisi negli ultimi giorni siano indice di questa difficoltà e non fattore che frena il nostro intervento, misura della difficoltà che abbiamo di fronte e non alibi per rinchiuderci nei quartieri pseudo di sinistra in cui in realtà si annidano, in modo neanche troppo nascosto, tante torpignattara, tor sapienza e corcolle.

Il problema crediamo non siano i fenomeni in se, ma l’incapacità di attraversarli. Incapacità che può avere diverse origini.

1. Gli avvenimenti di cui conosciamo ormai tutti la cronaca, se non altro perchè i giornali e media mainstream, ci tartassano con i loro scoop da quattro soldi, a volte vengono percepiti solo come problemi da tamponare prima che degenerino. Lo scoppio anche se è violento delle contraddizioni non può essere per noi un freno ma un terreno spianato su cui coltivare altro o per lo meno su cui fare un ragionamento. Essere arrivati tardi su tor sapienza è sicuramente un limite che stiamo scontando ma che non riguarda esclusivamente l’essere presente nel momento in cui accadono i fatti, piuttosto riguarda tutta la città nella misura in cui a venire meno è quella capacità che il movimento non ha ancora sviluppato di prevedere alcuni meccanismi e di attraversarli con ostinazione dando delle indicazioni che si nutrono però dei contesti in cui si opera. Pensiamo allora, come stimolo per interagire dialetticamente con le contraddizioni territoriali, alla possibilità che le occupazioni si trasformino in punti di riferimento per il quartiere, che gli sportelli vengano trasformati in laboratori di lotta in cui inchiestare la composizione dei quartieri attraverso lo strumento della conricerca, e allo stesso tempo che questi possano essere stimolo perchè si riproducano e si diffondano pratiche di lotta.

2. La destra in questi quartieri ha agito il malcontento diffuso, ma in tutto questo non ci sembra essere il problema principale, ma comunque da prendere in considerazione e distruggere. A Tor Sapienza Borghezio e Forza nuova non hanno potuto fare i loro presidi a viale Morandi ma ai margini di quell’area e non perchè probabilmente qualcuno non li trova sufficentemente simpatici, ma perchè gli abitanti sono consapevoli delle strumentalizzazioni. Certo è che se stiamo con le mani in mano è difficile recuperare una situazione nella quale i fascisti hanno dimostrato di voler prontamente inserirsi, in alcuni casi riuscendoci. Agire in questo senso vuol dire anche riuscire a reggere il livello dello scontro fuori da tor sapienza e non con la rappresentazione militante ma con la presenza assidua nei quartieri. Gli stessi movimenti di estrema destra hanno spostato il piano dello scontro sul malcontento popolare e non sull’ideologia, altrimenti sarebbe stato molto più semplice rispondere. Esemplificative di ciò le manifestazioni organizzate sotto forma di comitati di quartiere, dove viene strategicamente data visibilità ai cittadini comuni e oscurata la presenza di militanti di partiti e organizzazioni; una modalità di presa di parola pubblica alla quale non può essere contrapposta esclusivamente la bandiera dell’antifascismo.

3. C’è una coltre di fumo sul modo di gestire l’accoglienza nel nostro paese che non aiuta a inserire ulteriori spunti a quel famoso ragionamento di cui sopra. L’accoglienza è gestita in due modalità: quella repressiva che si esprime con i CIE e le galere in generale e quella che attraverso i CARA, gli Sprar e i centri per minori che contribuisce ad alimentare la logica assistenzialista per il trattamento dei migranti. Come tutti i “problemi” sociali dagli sfratti, alla disoccupazione fino alla migrazione, i soggetti, che subiscono una condizione sociale non generata per loro colpa ma per colpa del capitalismo (non c’è altro modo per sintetizzare), vengono trattati come ferita da sanare, come problema da parcheggiare in qualche angolo della sociatà esclusivamente per mantenerli in vita.

Lo stato italiano si occupa dei migranti o come criminali o con modalità paternalistiche e pietiste. Non esiste secondo noi una modalità altra di fare accoglienza ma la dignità di chi arriva nel nostro paese a confronto con paesi che non hanno nessuna voglia di risolvere il problema della migrazione perchè altrimenti dovrebbero smettere il processo di colonizzazione in atto da più di un secolo. Per difendere queste persone bisogna prima capire come sono disposti loro in prima persona ad abbattare questi muri. Tanti migranti dei centri di accoglienza hanno abbututo quei muri rifiutando questo meccanismo e andando via da questo paese oppure anche loro riappropriandosi di quello che gli spetta. Non dobbiamo avere un atteggiamento di difesa nei loro confronti perchè non crediamo prima di tutto di essere in grado di farlo e secondo sono molto più in grado di noi di riprendersi la loro dignità. Abbiamo visto infatti quanto i migranti hanno da insegnarci a noi italiani: scioperano nei magazzini della logistica, occupano le case e mettono in discussione i loro paesi di origine tanto quelli di arrivo. Entrambi parte e origine dello steso problema. Quello che possiamo fare noi è creare quelle condizioni per cui i migranti non sono considerati nemici, ma una forza in più con cui possiamo mettere in discussione l’esistente partendo dal non trattarli come vittime ma come soggetti capaci, spesso anche molto più di noi, di lottare per se stessi e per gli altri.

Partendo quindi dalle origini per cui è difficile agire in alcuni territori, forse è possibile non inserirsi semplicemente nell’emergenza, che dopo la fiammata probabilmente si sposterà in un altro quartiere o in un’altra città, ma costruire un ragionamento e un intervento di lungo periodo che riesca a trasformare e direzionare la rabbia verso chi pensiamo abbia la colpa dell’impoverimento, della guerra tra poveri, della mancanza di una casa e dei principali mezzi e strumenti per vivere dignitosamente. Quei binari paralleli di presenza a livello territoriale e a livello nazionale, che riescono a far comunicare le lotte esistenti nei diversi territori del paese, si devono intrecciare in un moto perpetuo che garantisca continuità. Non possiamo essere impreparati di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di tutti e tutte noi, non possiamo far diventare la povertà un fatto di cronaca ma dobbiamo affrontarla come un problema sociale e politico che deve arrivare al mittente con tutta la sua necessaria dirompenza.

Quello che fa paura ai politici a partire da Marino per finire a Renzi, è il fatto stesso che dietro gli avvenimenti di Tor Sapienza non ci sono militanti da arrestare o da reprimere con misure cautelari, non ci sono case da sgomberare o centri sociali da chiudere, ci sono le persone che hanno chiuso i cancelli del morandi a tutti, purtroppo in primis a quei soggetti che dovrebbero essere loro fratelli in quanto parte della stessa condizione di sfruttamento, i migranti. In poche parole le conseguenze della crisi non sono evidenziate e poste come problema da chi si organizza per vivere meglio ma da chi ancora non si sta organizzando ma da sfogo alla propria rabbia. Persone per il momento controllabili perchè il loro nemico è ancora il migrante e non il municipio, il comune, la regione, il governo, l’Europa.

Noi vorremmo essere li quando abbassati i riflettori, nessuno dei politici che si sono affacciati a Tor Spienza avrà fatto nulla per gli abitanti delle case popolari, se non aver spostato i centri di accoglienza e il campo Rom. Allora forse anche gli abitanti di Giorgio Morandi comprenderanno la necessità di prendersela:

  • con il jobs act che non garantirà nemmeno al più fortunato di loro le minime granzie;
  • con la legge di stabilità che tagliarà ancora sui servizi e impedirà probabilmente a molti dei loro figli di andare a scuola;
  • con la buona scuola che deciderà quanto i ragazzi di tor sapienza saranno meritevoli di avere un futuro;
  • con lo sblocca italia che invadrà i territori di cemento ancora disponibili, non di certo per dare casa ai figli degli inquilini delle case popolari;
  • con il piano casa che venderà all’asta le case popolari di chi attualmente abita al Giorgio Morandi.

Siamo pronti?

Compagne e e compagni di Dégage

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