Vos Guerres Nos Morts

11220481_495300120641000_6990762786815969515_nRilanciando la mobilitazione indetta dagli Studenti Medi Autorganizzati riportiamo oltre al testo di lancio del presidio di Venerdì 20 Novembre alle 18 a Piazza Santa Matia in Trastevere, il contributo scritto da Sapienza Clandestina per il pranzo sociale e il momento di confronto pubblico in Città Universitaria oggi alla Sapienza e un contributo particolarmente interessante uscito sul portale di informazione di movimento Infoaut.

Appello presidio di Venerdì 20:

In seguito agli attacchi terroristici attuati dall’ISIS a Parigi, Bourj, Ankara e in tante zone della terra. Riteniamo sia necessario non restare in silenzio di fronte alla risposta pronta e violenta dei bombardamenti francesi su Raqqa. Intendiamo far sentire la nostra voce contro una guerra che non ci appartiene, contro fondamentalismi e strumentalizzazioni razziste!
Infatti, mentre i popoli piangono le vittime delle guerre, i potenti del mondo al G20 di Antalya, fingendo cordoglio per l’attentato di Parigi, stringono le mani al presidente Erdogan -complice degli attentati ad Ankara e della guerra dell’Isis contro il popolo curdo- e si preparano per nuovi attacchi e nuove incursioni in medioriente. Questa mattina arriva la conferma definitiva dell’appoggio unanime dei paesi dell’Unione Europea alla guerra all’Isis in Siria portata avanti dalla Francia. Riteniamo, tuttavia, che l’unica vera opposizione militare all’Isis sia quella portata avanti dal popolo curdo che ogni giorno combatte contro e si difende tanto dalle truppe del’Isis, quanto dalle minacce delle democrazie occidentali, costruendo una società dove si pratica il rispetto e l’uguaglianza.
I nostri governi pretendono di esportare la “democrazie occidentali”, oramai profondamente in crisi e pronte a destinare le risorse pubbliche per guerre e armamenti. Tutto ciò avviene in nome della sicurezza, ma come tragicamente è emerso a Parigi nessuna efficacia nel difendere i cittadini, gli unici effetti sono controllo e pacificazione sociali nei quartieri popolari. Pensiamo che le risorse pubbliche debbano servire per finanziare la sanità, l’istruzione, le abitazioni e per garantire una vita dignitosa a tutti e tutte. Una vita dignitosa anche per i migranti che arrivano nei nostri paesi a causa delle guerre che i nostri governi decidono di intraprendere e portare avanti. In Italia, in cui i partiti collusi hanno sperperato migliaia di euro alle nostre spalle, imponendo un modello di sviluppo che amplifica le disuguaglianza sociali, pretendiamo che le risorse vengano redistribuite e destinate a un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.
Per questo Venerdì 20 Novembre ci incontreremo in un presidio a Piazza di Santa Maria in Trastevere in solidarietà di tutte le vittime di una guerra voluta dall’alto e per dimostrare che c’è un opposizione reale a questo sistema che genera violenza, sfruttamento e guerra. Un’opposizione che rifiuta fermamente i razzisti e i fascisti che, sciacallando su una tragedia, portano acqua al loro mulino, alimentando volutamente una guerra tra poveri sempre più rischiosa.
Di fronte a tutto ciò non possiamo rimanere in silenzio
TUTTI IN PIAZZA!

LA VOSTRA GUERRA I NOSTRI MORTI!

Presidio in solidarietà alle vittime della guerra: venerdì 20 Novembre h 18:00 Piazza di Santa Maria in Trastevere.

Da Sapienza Clandestina:

11221639_1215402881809501_3797535744072205734_nCome studenti e studentesse che ogni giorno animano il 3 Serrande occupato e il De Lollis Underground e attraversano l’università, ci sentiamo di esprimere un nostro pensiero riguardo i fatti di Parigi.

Le centinaia di persone morte nella capitale transalpina potevamo essere noi, ragazz* a un concerto o tifosi in uno stadio. Vittime di un mondo occidentale che esporta guerra e terrore al di fuori dei propri confini, servendo interessi economici e geopolitici che nulla hanno a che fare con la vita dei propri cittadini.

Di attentati, stragi e atti di guerra ve ne sono purtroppo tanti, non ultimo l’attentato di Ankara da parte del regime turco ai danni del popolo curdo di circa un mese fa o andando più vicino, i fatti praticamente contemporanei a Parigi avvenuti a Beirut. Il Dio denaro distribuisce solo morte e
povertà, tuttavia questi fatti forse ci appaiono più sfocati perché lontani da noi. Non crediamo però che esistano morti di serie A e morti di serie B e pensiamo sia necessario prendere posizione contro chi alimenta solo paura, soffia sul fuoco del razzismo, inneggia alla chiusura delle frontiere mentre
foraggia i conflitti e l’impoverimento nel Medio Oriente come in Africa, portando avanti guerre parallele fuori e dentro i propri confini “occidentali” e nelle proprie città, attaccando migranti e periferie.

Un accenno doveroso risulta inoltre quello sui fondi e i finanziamenti stanziati dagli stati nazione per portare avanti queste campagne militari. Denaro pubblico utilizzato per foraggiare soldati e armamenti, bombe e missioni omicide, quando in Italia, ad esempio, i tagli pesano sempre di più sulle vite della popolazione impoverita e il welfare è sempre più definanziato e depotenziato. Perchè dunque non investire questi milioni in scuole, università, ospedali, alloggi, cultura?

Da anni giornali, televisioni e partiti -indiscriminatemente di destra o sinistra- strumentalizzano il fondamentalismo islamico per veicolare notizie faziose e diffondere razzismo e xenofobia.
La disinformazione offerta dai media main stream è estremamente grave, si diffondono notizie contraddittorie volte a costruire un sentimento di paura e diffidenza che alimenta solamente l’attuazione di politiche securitarie per
restringere le libertà personali, magari provando a mettere la parola fine sulla possibilità di fare scioperi o manifestazioni.

Con una mano Renzi si batte il petto per il dolore, mentre con l’altra stringe la mano agli Emirati Arabi primi finanziatori dell’Isis -nonché una dittatura islamica- al fine di mantenere rapporti diplomatici distesi con chi rifornisce il nostro impianto energetico.

Ci descrivono l’Isis come l’unico nemico dal quale difenderci, ma nel frattempo i capi di stato del G20 si recano ad Antalsya da Erdogan, presidente turco che attacca quotidianamente le forze militari kurde (ypg-ypj) unica realtà che coraggiosamente si oppone senza interessi, se non l’auto difesa del proprio popolo, all’avanzata dello stato islamico.

Contro le guerre imperialiste e la strumentalizzazione fatta da stampa, televisioni e partiti dei fatti di Parigi, contro un clima di terrore, invitiamo tutti e tutte a mobilitarsi insieme alla Roma meticcia solidale e antirazzista alla manifestazione convocata dall’assemblea cittadina degli studenti delle scuole superiori, venerdì ore 18:00 in Piazza Santa Maria in Trastevere.

Da Infoaut: “Appunti di riflessione su pace e guerra”

12255240_1214628828553795_1006306648_oProbabilmente è ancora presto per proporre inquadrature definite, strutturare programmi, sviluppare tesi, dare secche risposte. Quel che si può sicuramente fare è invece aprire uno spazio di riflessione che cerchi di cogliere il momento storico che attraversiamo con uno sguardo di parte, nel passaggio in cui pare che alcune dinamiche dell’ultimo ventennio stiano accelerando. Non si tratta chiaramente di tendenze lineari, quanto di ricorsività che si affacciano in superficie con cadenza irregolare per poi reimmergersi continuando un lavoro carsico di messa in forma del disordine del presente.

La guerra, le sue mutazioni, la sua permanenza, è uno di questi movimenti che è più urgente inquadrare. Si prova qui a snocciolare una serie di punti, parziali, provando a indicare una trama di frammenti ed elementi su cui il problema si sostiene e un insieme di provvisorie coordinate.

Gli appunti presentati, possibili corollari a un punto di vista antagonista da costruire, sono stati presi a margine di una rilettura fatta in questi giorni sull’onda degli eventi parigini del testo di Midnight NotesPromissory notes: from crisis to commons” (tradotto qualche tempo fa su Infoaut: http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/15462-promesse-e-cambiali-dalla-crisi-al-comune). Dentro questo scritto si trovano infatti preziosi criteri per una lettura della tendenza interimperialista attuale, sulla quale un’analisi di questo genere non può che poggiarsi. Midnight notes riflette attorno a due nodi sempre più ineludibili: da un lato si propone una prospettiva compiutamente globale dei mutamenti in atto; dall’altro il testo ci consente di confrontarci con una profondità storica necessaria per collocare quanto sta avvenendo.

La tendenza generale è quella di un nuovo macro processo globale di “accumulazione originaria” per garantire la costruzione delle condizioni di possibilità di un nuovo ciclo di accumulazione. Questo emerge nel ricorso sempre più diffuso, massiccio e pervasivo a una violenza strutturale che si descrive nell’espropriazione di terre e territori, nell’imposizione di Piani di aggiustamento strutturale, nella repressione costante di scioperi e conflitti sociali ecc… Ma il merito di Midnight notes è anche di invitare ad adottare nuovamente delle lenti ben graduate sulla parzialità, ossia che garantiscano di far emergere il segno di classe all’interno dei processi.

Dunque verso la costruzione di un punto di vista antagonista sul terreno pace/guerra è decisivo inserirsi all’interno del campo di elementi sinora accennati, ma soprattutto in primo luogo assumere come ambito necessario una costante messa a verifica dei discorsi che si stanno facendo e che si faranno ““nel movimento”” all’interno della nostra macro-classe-parte. Questo livello è quanto mai necessario se non ci si vuol scadere in vuote indicazioni o a esoterismi politici postmoderni, se non ci si vuole ridurre a meri opinionisti, sciocchi generali senza eserciti o maestrini dalla ricetta pronta. In secondo luogo pare necessario collocare la serie di spunti che si vanno in seguito articolando e il tema più in generale fissando i piedi per terra: elaborare lucidamente e entro gli scenari ampi qui accennati una linea di condotta che si misuri non su impennate momentanee, effimere e fugaci, ma sulla costruzione qui e ora di progetto e pratica antagonista determinata sui reali rapporti di forza in campo.

Vostre le guerre nostri i morti. Slogan semplice ma decisivo, argine etico-politico insuperabile. La contrarietà alla guerra degli Stati è un sine qua non per pensare un’azione di trasformazione del presente. Nessuna guerra, nessun bombardamento, nessuna invasione, è giusta, legittima, giustificabile,

Guerra globale permanente. Un’indicazione che era patrimonio dei movimenti nei primi anni del nuovo millennio. La prima continuata e si è estesa. I secondi si sono per lo più estinti e l’opposizione no war di allora ha sperimentato nei termini più forti il non funzionamento dell’equazione tra presenza di massa nelle strade e incisività politica effettiva. Una lezione da assumere assieme al fatto che la risposta etica non basta, e considerando che oggi è sempre più necessario dispiegare e portare a termine una transizione dalla fase dei movimenti a quella di una nuova lotta di classe.

Il tema bellico non deve essere isolato, ma inserito nella dicotomia che solitamente si riporta come guerra/pace, ma che bisogna rovesciare in pace/guerra. Per un’ipotesi rivoluzionaria legata a un’idea egualitaria e di libertà discostarsi da questo campo di tensione è divenire un’altra cosa. Si tratta dunque di penser la paix, non solo la guerra. E probabilmente decenni di annichilimento e addomesticamento democratico ci hanno reso in grado di pensare la prima unicamente come pacificazione.

C’è una data che simboleggia lo sfumarsi della riflessione su questo terreno: il 1989. L’attenzione del pensiero e della pratica politica al nesso pace/guerra è andata rapidamente evaporando a partire da quei giorni, lasciandoci sprovvisti di qualsiasi strumento e delegando di fatto ad altre sfere politiche questo pensiero cruciale;

Si dice molto che è tornata la guerra, come se dalla “fine della guerra” (!) in Iraq e Afghanistan Ci fosse stata un’interruzione, come se gli12270594_1214629821887029_732444158_nassalti terroristi a Londra e Madrid di alcuni anni fa non fossero esistiti. Sarà questa di Parigi una nuova bolla mediatica? La differenza è che, rispetto ai due precedenti, la Francia ha un altro Stato (l’IS) da attaccare, e la guerra torna entro una grammatica più riconoscibile. Ma essa c’è invece sempre stata.

Siamo troppo ancora abituati a pensare la guerra attraverso le lenti dello Stato. Ossia attraverso la sua ideologia, per la quale la pace (ossia la sicurezza interna della proprietà e dei commerci) sarebbe la situazione normale, e la guerra un’irruzione eccezionale. Questo è il meccanismo attraverso cui lo Stato moderno legittima la propria esistenza. Per gli antichi la pace rappresentava invece semplicemente l’interruzione temporanea della guerra. E c’è chi dice che la guerra oggi in realtà informerebbe coi propri furori tutto il tessuto istituzionale, che semplicemente la contiene. Anche qui, si tratta allora di pensare cos’è la guerra, ma anche e prima cos’è la pace.

Un contributo e una suggestione decisiva a riguardo ci proviene dalla resistenza e dall’autonomia del popolo curdo, che insegna come a quelle latitudini ci si armi e si combatta per difendere la propria possibilità di vivere in maniera autodeterminata. Di come dunque dire che lì la pace è il fucile in braccio alle guerrigliere non è evocazione di un vecchio slogan, ma pratica concreta di contenimento delle barbarie. Ma anche di come un divenire curdo alle nostre altezze significa in primo luogo un ripensamento radicale del qui più che un apprendimento da lì. Con Parigi possiamo dire che oltre alla “Crisi” gli Stati Uniti sono riusciti a scaricare anche il costo politico della Guerra sull’Europa.

Proprio lo scenario statunitense ci ha mostrato nell’ultimo anno come il confine tra guerra interna ed esterna si faccia sempre più sfumato, grazie alle immagini che – da Ferguson a Baltimora – ci mostravano una polizia militarizzata all’estremo per le strade delle città. Polizia composta di truppe tornate dal fronte esterno ed equipaggiate con attrezzatura usata in Iraq. Nei primi anni Settanta il dibattito americano in maniera trasversale tra democratici e repubblicani conveniva sulla residualità dell’istituzione carceraria e sul suo inevitabile esaurirsi. Sulla necessità di eliminare i ghetti e gli squilibri razziali; sul porre fine alla guerra. L’incarcerazione di massa, l’omicidio poliziesco quotidiano nei quartieri neri e latini e la guerra dei droni che ammazza nove civili per ogni presunto “terrorista” sono la faccia odierna dell’ondata neoliberale;

. la guerra di oggi va letta in parallelo alla fine del keynesismo e alla radicale trasformazione del sistema di produzione fu fordista. Lo Stato che garantisce “benessere” in cambio di contenimento del conflitto sociale, che redistribuisce risorse, è finito. Oggi lo Stato strappa risorse e le porta verso “l’alto” dei grandi poteri finanziari e annulla possibilità non di benessere, quanto di vera e propria riproduzione sociale (sopravvivenza nei casi più “estremi”). C’è un elemento ancora più profondo: lo Stato tende a non garantire più la sicurezza, che ne era garanzia storica di sussistenza. Lo Stato neoliberale giunge dunque a un punto radicale di uscita da una configurazione classica della politica. La sicurezza del vivere, non quella delle centinaia e migliaia di poliziotti e militari che stanno invadendo le strade.

Siamo in una guerra che, uscendo dalla dimensione della statualità classica, è complessa confusa stratificata: si mischiano religioni e Stati, appartenenze etniche e interessi economici, ideologie di civiltà, bombardamenti e attentati, eserciti e irregolari, passati coloniali e di Imperi, presenti di territori espropriati e conflitti tra potenze… E’ uno specchio del mondo in tensione senza un ordine possibile all’orizzonte nel quale viviamo. A vent’anni dall’uscita del film La Haine, a dieci dall’insurrezione delle banlieue, nell’anno del doppio attacco a Parigi, c’è una circolarità del tempo che ci parla di una radicalizzazione senza politica, o meglio: senza prospettiva, immaginario, spazio per l’espressione e l’organizzazione di una rabbia in senso liberogeno. Quello spazio grigio lì presente ha preso una direzione che tra rivolta e arruolamento è caduta in maniera tragica sul secondo versante.

La strategia di Is mima un classico tema della resistenza anticoloniale: il terrorismo apre la strada a una lotta di popolo. L’età dei combattenti (tutti sotto i trenta) e le tipologie (che non richiedono mesi di appostamenti, basi di appoggio, reti di sostegno particolari ecc…) parlano inoltre di 12272764_1214630478553630_1642196364_nun’irruenza che pulsa di un tempo nuovo della guerra;

. il popolo che vorrebbe sollevare Is in parte vive nelle metropoli del tramonto dell’Occidente, che fatto il giro del globo pare sempre più destinato a spegnersi. I riot del 2005 e del 2011 erano stati una spia non colta e rimossa, lasciata sola nella più cieca repressione;

. quei “barbari” del riot si inscrivono dentro una diversa percezione di un tempo in cui il profilo antropologico si definisce attorno agli echi nietzscheani che rimbombano nell’ultimo uomo di cui parlava Fukuyama, e si mischiano a quell’enorme movimento di depoliticizzazione degli individui che già due secoli or sono Tocqueville aveva inquadrato come probabile esito delle democrazie, sino a riportarci verso una condizione bellica da “primo uomo” nello stato di natura. Le accelerazioni non ci saranno. Ci sono. Per coglierne le potenzialità si tratta di ripensare un agire partigiano nell’oggi. Un agire che è passato per molte storie: dalle insurrezioni proletarie ottocentesche fino alla Comune; dalla “guerra alla guerra” bolscevica alla guerra civile spagnola; dai monti italici del ’45 alla decolonizzazione ecc… Di tutte queste storie attraverso le quali la figura del partigiano è transitata va fatto patrimonio, ma nella consapevolezza che il problema è a suo modo nuovo. Non c’è dunque bisogno di nuovi Sun Tzu o von Clausewitz, ma di un nuovo rapporto al nostro tempo che fluttua secondo gli schizzi della finanza, pare non cambiare mai in un eterno presente e improvvisamente apre crepe radicali. E c’è bisogno di un nuovo rapporto col territorio, che deborda dalla conformazione sovrana dello Stato e si definisce come una grande città globale all’interno della quale la guerra è conseguentemente guerra civile.

Dentro questa città globale tornano a galla alcuni dei criteri storici della città, che nel ripresentarsi come una delle figure del politico in un presente di crisi dello Stato e di nuove forze emergenti, richiama in primo luogo il fatto che polis e polemos sono fatte della stessa materia. Non è però questa una guerra a bassa intensità, ma una guerra di altro tipo. Dire parole di pace è pensare lo scontro, i campi di battaglia, individuare il nemico e l’amico. Si tratta di formare dei campi di amicizia e inimicizia: in una guerra non schierarsi equivale a non esistere. Ma questi si formano solo in seguito all’azione in quanto soggetti nel tempo, non prima Non abbiamo bisogno che nessuno ci metta al sicuro nella catastrofe del presente, e non vogliamo che nessuno ci terrorizzi. Costruire una strada di opposizione radicale alla guerra significa allora istituire le condizioni per una diversa esistenza e riproduzione che si determinano in un agire che si scaglia contro chi attualmente questi ambiti li organizza. Sono frasi ancora da riempire di pratiche in larga misura, il cui senso col tempo capiremo agendo, ma si tratta appunto di rilanciare un percorso di conflitto dai caratteri ignoti ma da costruire ora.

 

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