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“VIVO TUTTI I MIEI GIORNI ASPETTANDO GODOT…”

10288717_1556969071197804_8924084427781429599_nIl 7 Aprile finalmente è arrivato Godot. E’ arrivato in via Cesalpino 12 dove un gruppo di studenti ha deciso di porre fine ad un’attesa, quella di una casa, che altrimenti sarebbe stata infinita. L’idea non è nata certo quel giorno.

Era un pomeriggio di 10 mesi fa quando per la prima volta ci siamo trovati intorno a un tavolo accomunati da un sogno e da un bisogno. Il bisogno di una casa e il sogno di una società diversa. Una società in cui le persone e le loro necessità vengano prima degli interessi economici di pochi.

A Roma poi, città in cui in nome degli interessi di quei pochi si continua a costruire ignorando volutamente la presenza di migliaia di stabili sfitti, quella voglia di cambiamento risulta particolarmente pressante.

Nella nostra idea di società gli stabili abbandonati dovrebbero essere sottratti alla speculazione e restituiti alla città sotto forma di servizi accessibili a tutti come case, studentati, mense, asili, palestre: centri di aggregazione e socialità gestiti dagli abitanti per gli abitanti. Questo voleva essere Godot: uno studentato autogestito da noi studenti.

Una volta preso atto dell’incapacità delle amministrazioni pubbliche di rispondere all’esigenza abitativa studentesca e non di questa città, infatti, abbiamo deciso di riprenderci dal basso quello che ormai da tempo abbiamo smesso di sperare che ci possa venir dato dall’alto: una casa. Ecco perché abbiamo deciso di chiamare così il nostro studentato.

10247269_1557186051176106_6110311466902004249_nIn fondo chi è Godot? Godot è un qualcosa che si aspetta con ansia ma che non arriva mai.

Abbiamo capito che se ci fossimo abbandonati ad un’attesa passiva noi, giovani studenti e precari poco inclini ad adeguarci alle regole che ci impone questa società, avremmo passato tutta la vita ad aspettare Godot. Ad aspettare una casa.

Siamo partiti quindi dalla convinzione che se non ce lo fossimo preso da soli nessuno ci avrebbe mai dato un tetto. Scardinare l’idea che il bisogno di una casa riguardi solo quegli studenti, pochi e “meritevoli”, a cui rivolge il suo sguardo l’ente regionale per il diritto allo studio Laziodisu è stato uno dei nostri primi obiettivi.

A nostro avviso non “merita” una casa solo lo studente che viene da una regione lontana.

Non “merita” una casa solo lo studente che acquisisce i crediti formativi richiesti nel bando.

Non “merita” una casa solo chi ha un ISEE particolarmente basso.

Semplicemente perché la casa non è un “merito”, ma un diritto.

Un diritto che rivendichiamo anche noi:

Studenti idonei non vincitori di posti alloggio. Studenti esclusi dal bando solo perché residenti nella regione Lazio. Studenti che credono di avere diritto ad una vita autonoma e dignitosa e che rifiutano il ricatto di chi ci chiede di scegliere tra rimanere in casa dei nostri genitori oppure mercificare la nostra emancipazione facendo lavori saltuari, precari e malpagati solo per poter pagare un affitto.

A tutto questo noi abbiamo deciso di rispondere con l’unico modo possibile: occupare uno dei 260mila stabili abbandonati censiti nel comune di Roma. L’organizzazione non è stata semplice. Intorno ad un bisogno ci siamo incontrati sperimentandoci per mesi tra sportelli, assemblee, azioni, pranzi sociali e traslochi. Nel fare questo ci siamo conosciuti creando dei legami più forti di qualsiasi sgombero e qualsiasi manganello.

1969186_1551981298363248_5437045118237424125_nPer questo scriviamo queste righe. Per raccontare quella fugace visita di Godot del 7 Aprile in via Cesalpino in attesa del suo arrivo definitivo. Quello stabile, chiuso da anni, aveva visto tra le sue mura studenti di Lingue e di Economia. Una volta dismessi i dipartimenti che vi si trovavano l’Università La Sapienza ha riconsegnato al proprietario un immobile su cui, a fronte della destinazione d’uso vincolata ad attività culturali, è impossibile fare profitto.

Di lì la vendita della palazzina ad un altro privato, al quale, nel giro di qualche mese, è stata confiscata con l’accusa di essere implicato in attività di stampo mafioso. La confisca avvenuta ad ottobre ci ha fatto pensare che quel posto, ormai a tutti gli effetti di proprietà dello Stato, sarebbe potuto diventare uno studentato sito a meno di un chilometro dalla Sapienza che avrebbe potuto sottrarre 40 studenti al ricatto dell’affitto. Ma non è andata così.

Il 7 Aprile abbiamo aperto quello spazio abbandonato che avremmo voluto far rivivere sottraendolo alla speculazione. Dopo meno di un’ora dal nostro ingresso, però, 3 camionette hanno chiuso la via e senza tentare alcuna interlocuzione con gli occupanti 4 reparti celere hanno indossato i caschi e scavalcato il muretto del giardino. Sapevamo che c’era il rischio di un intervento delle forze dell’ordine e lungi da noi il voler fare del vittimismo su quanto accaduto. Di certo però non potevamo aspettarci di essere aggrediti con badili e arnesi di fortuna da chi è già di per se equipaggiato di casco, scudo e manganello.

In ogni caso la nostra resistenza passiva sul tetto ha permesso di prendere tempo a tutte le altre realtà che sul territorio di Roma quel giorno, coordinate con noi, avevano tentato di riprendersi una casa. Nonostante ciò, solo due delle sei occupazioni del 7 aprile hanno resistito quel giorno, per andare incontro a violenti sgomberi nei giorni successivi. Prendiamo quindi atto del fatto che le nostre amministrazioni pubbliche, partendo dal Governo per finire al Comune passando per la Regione, considerano oggi l’emergenza abitativa come una mera questione di ordine pubblico da affrontare con i reparti celere inviati a ripristinare la legalità.

Noi in questa legalità fatta di stabili abbandonati e persone senza un tetto sotto cui dormire non possiamo e non vogliamo riconoscerci.

Abbiamo quindi intenzione di proseguire lungo la strada tracciata e se il nostro bisogno di una casa è illegale continueremo ad agire nell’illegalità per soddisfare il nostro bisogno e realizzare il nostro sogno di una società diversa.

Non sappiamo se ci riusciremo con la stessa, ma come cantiamo spesso nelle piazze e nelle strade: “sappiamo che in ogni caso apriremo un’altra porta!”.

Godot tornerà, statene certi.

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B.H.A.P. (beat hippy autonomi punk)

1975004_1400691860197905_516650308_n“Una mostra sulle controculture e i movimenti che a partire dagli anni cinquanta hanno popolato la nostra vita, che hanno segnato il tempo e sognato di andare fuori dal tempo, che hanno stravolto il modo di vivere e quindi la politica, che hanno tentato di separarsi dale separazioni per allargare l’area della coscienza e assaltare il cielo.
Una mostra sulla contestazione, sulle contestazioni, sulle lotte, sulle utopie che hanno caratterizzato il modo nuovo di stare al mondo e di occuparsi del mondo, e che hanno collegato la ribellione delle coscienze alla rivolta contro l’esistente, senza tralsciare l’idea di una politica altra da quella dei partiti e dei gruppi più o meno istituzionalizzati.
Immagini, parole, progetti, vissuti per mettere in risalto la speciicità di quei movimenti e l’universalità delle idee che li hanno animati.
Per riflettere sulle contraddizioni e i percorsi, comuni e paralleli.
Per ricordare il senso di estraneità e di contrapposizione allo stato di cose presenti, e il confronto/scontro tra personale e politico, che nel tempo produrranno la necessità di una sintesi, tanto irrinunciabile quanto utopistica.
Frammenti di storia e di rivolta, specchio di una complessità e di una ricchezza oggi (di)sconosciute, e costantemente rimossa dai media, che rimandano al radicamento e alla diffusione di quelle esperienze, oltre al valore di quella memoria di vita.
Una memoria che non muore, nonostante l’ideologia della dimenticanza, l’oblio del revisionismo, la repressione sempre in atto.
La mostra non ha la pretesa di avere un carattere storico, esaustivo, o di esaurire la ricostruzione di quei movimenti e di quegli anni.
Più semplicemente vuole tracciare, per grandi linee, lo scorrere di un tempo che ha segnato profondamente il novecento e i tanti soggetti e movimenti che lo hanno percorso.
Le vicende e le situazioni che essa (ri)propone sono state filtrate attraverso il vissuto dei curatori, che hanno voluto, per mezzo della selezione operata (suscettibile di ulteriori ampliamenti-approfondimenti-ricostruzioni, che ci si augura di poter attuare quanto prima), rimarcare il proprio punto di vista, grazie a eventi ed esperienze che li hanno visti direttamente coinvolti nello svolgersi di quegli anni.
1958017_1402060370061054_1672159720_nAnni affollati e condivisi, anni in cui la complessità delle proposte si è sempre coniugata con la pratica della socializzazione- solidarietà- condivisione.Una pratica che ha rimandato alla necessità di (ri)costruire la comunità reale in grado di (ri)affermare una scelta di vita altra, oltre la logica mercantile e la società dello spettacolo, oltre il fittizio, l’ovvio, la riproduzione dell’esistente.
tutto ciò nella consapevolezza di una idea-forza, secondo cui il mondo possiede da tempo il sogno di una cosa sognata e che dovrà averne la consapevolezza per possederla realmente.”
I curatori Giancarlo mattia e Marco Philopat

Oltre ai 143 pannelli di B.H.A.P in quei giorni al lucernario esposizioni-dibattiti-musica- proiezioni- riviste in consultazione e tanto altro!!

Leggi il programma completo:

https://www.facebook.com/notes/sapienza-clandestina/bhap-programma-completo/1453325558232633

Jobs act, formazione continua e disoccupazione giovanile

vignetta-renziIn questi mesi e non solo, si è sentito parlare tanto di disoccupazione giovanile, precariato e impoverimento.
Il governo Renzi propone, a differenza dei precedenti governi tecnici, dei provvedimenti che andranno a intervenire, almeno in teoria, sulle componenti sociali colpite dalla crisi riducendo i problemi ad una semplice cattiva gestione delle risorse pubbliche e del mercato. E’ chiaro piuttosto che l’Europa ha individuato, in quella parte del pd italiano guidata da Renzi, qualcuno in grado di poter applicare le politiche dell’austerity in modo intelligente. Da un lato infatti, l’intento è quello di continuare a tagliare, impoverire, tassare e dall’altro far passare tutto questo come un intervento positivo. Attraverso la propaganda del nuovo governo si rischia di rendere compatibili quelle fette della società che si erano stufate della classe dirigente del paese e che avevano prodotto, in un modo o nell’altro, momenti di rottura nei confronti dello status quo. Tutto questo passa infatti dal jobs act, il piano casa e gli interventi sull’edilizia che non a caso sono stati discussi insieme e proposti per la conversione in legge. In generale questi provvedimenti tentano di dare un contentino che però non migliora di fatto le condizioni di ognuno di noi. I provvedimenti in questione sembrano essere riferiti ad un precariato che, nonostante la propaganda, non ha comunque la possibilità di usufruire dell’housing sociale proposto da Lupi, che non troverà giovamento dal jobs act. Parallelamente inoltre, viaggiano insieme alle privatizzazioni a livello locale che attaccano spaventosamente il reddito di ognuno. Infatti, privatizzare i trasporti, l’acqua e i rifiuti innalzerà il costo del servizio, oltre che peggiorare le condizioni di lavoro dei dipendenti di queste aziende, e renderà ancora più impoverite le persone che già lo sono.

All’interno di questo quadro generale vorremmo approfondire un aspetto di questa triste storia in particolare su “jobs act, formazione continua e disoccupazione giovanile”. Vorremmo svelare l’ideologia che sta dietro questi provvedimenti e soprattutto dimostrare, attraverso il confronto con altri paesi, che il jobs act non migliora la precarietà ma l’aumenta, non migliora le condizioni di lavoro ma le abbrutisce, non rispetta le tutele ma le elimina. Vorremmo provare ad incidere su un aspetto molto importante che ci sottrae dignità quotidianamente nella narrazione tanto quando nelle condizioni materiali. Tutti noi siamo sottoposti ad un meccanismo di valorizzazione delle nostre vite in base al lavoro e la nostra dignità passa per la nostra capacità di essere produttivi. Parlare di precarietà ma anche di lavoro cosiddetto “garantito” che viene sistematicamente smantellato vuol dire forse ribaltare l’ordine del discorso. Ribaltare il meccanismo del merito che, attraverso la valutazione nelle scuole e università, agisce come dispositivo morale per disciplinare le nostre menti al lavoro e alla stessa divisione del lavoro. Ribaltare la valorizzazione delle donne in base all’occupabilità. Ribaltare la valorizzazione dei giovani in base alla loro capacità di entrare nel mercato del lavoro. Ribaltare l’integrazione dei migranti attraverso il permesso di soggiorno basato sul contratto di lavoro.

Riteniamo infatti che il jobs act sia l’ennesimo tentativo di ridare false speranze a qualcuno attraverso ancora una volta il lavoro, cioè attraverso lo sfruttamento. Vorremo ragionare di tutto questo insieme, senza la velleità di trovare risposte ma piuttosto attraverso un processo che ci porti a discutere insieme e ad immaginare percorsi di riappropriazione come quello della casa che appaga un bisogno immediato ma che allo stesso tempo è in grado di costruire comunità che troppo spesso è difficile ricreare. La riappropriazione infatti può essere veicolo nella misura in cui comunica direttamente la condizione di chi occupa e può essere il primo momento indispensabile per recuperare quelle risorse necessarie che liberano tempi e spazi in grado di costruire lotte sul lavoro e contro di esso.
Inviatiamo tutt* a partecipare alla discussione che si terrà in aula portico occupata, nella facoltà di sociologia il 19 Marzo alle ore 18. Ne discutiamo insieme a:

Marco Elia, Leonardo Mento, Alberto Violante, progetto Tangram