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Obblighi di firma per chi si oppone a chi soffia sul vento del razzismo e della guerra fra poveri! #MaiConSalvini

1168599Nelle prime ore di questa mattina è partita un’operazione della Questura di Roma che ha portato 3 compagni e una compagna all’obbligo di firma 2 volte al giorno in seguito ai fatti del 27 Febbraio 2015. In quella giornata all’interno della campagna #MaiConSalvini occupanti di case, studenti, precari, migranti segnalarono con forza il rifiuto di chi vive questa città verso la Lega e Salvini nel tentativo di entrare in una Piazza del Popolo blindata, che avrebbe ospitato il giorno successivo il comizio del leader leghista. A pochi giorni dalla mobilitazione a Bologna contro la manifestazione che vedrà Salvini e diversi pezzi della destra calare nel capoluogo emiliano per continuare la campagna elettorale permanente a suon di guerra fra poveri e razzismo, le misure cautelari ai comagni a Roma, come gli arresti avvenuti poche settimane fa a Torino, tentano di mettere paura a chi in tutta Italia con coraggio si è opposto al progetto fascio-leghista contestando in ogni dove i comizi di Salvini. Questa operazione si colloca, inoltre, nel giorno in cui i riflettori sono tutti puntati sull’inizio del processo per i fatti di Mafia Capitale e in una fase particolarmente aspra a Roma, dove l’amministrazione cittadina è stata commissariata a prefetti sceriffi che confermano ancora oggi come, in un rapporto stretto con la Questura, intendono gestire questa città, anche in vista del prossimo Giubileo. Il 27 Febbraio è stata un’importante giornata di lotta, a partire dalla mattina dove venne occupata la basilica a Piazza del Popolo sgomberata con violenza dalla polizia fino al pomeriggio quando in centinaia si è tentato con coraggio di sfidare il dispositivo messo in campo per difendere la calata dei fascioleghisti a Roma, rappresentando un rifiuto forte verso le bugie spacciate dal Matteo padano come da Matteo Renzi e verso gli interessi che rappresentano. E’ stata anche quella piazza a far sì che il giorno dopo una manifestazione cittadina ha contrastato il comizio di Salvini con un corteo di trentamila persone che ha oscurato le poche migliaia presenti a Piazza del Popolo. Una piazza, quella del 27 Febbraio, dove ci sono state cariche della polizia e arresti, come in tutta Italia quando con presidi e cortei ci si è opposti alla presenza di Salvini, e che ha visto un accanimento particolare della questura: dagli arresti in piazza, passando per le multe per il blocco stradale, fino alle misure cautelari di oggi. Non ci rimane che ribadire che è impossibile fermare chi lotta contro il fascismo, il razzismo e la guerra ai poveri del PD e della Lega, e che l’8 Novembre anche noi difenderemo Bologna, partecipando alla mobilitaizone construita dai compagni nel capoluogo emiliano, dando di nuovo il nostro benvenuto a Salvini.

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Ancora Roma: il sindaco, il commissario e i grandi eventi

marinoAncora Roma. La prima domanda da farsi è perché? È davvero cosi interessante per il paese una storia di vanità politiche e incompetenza, vera e presunta ingordigia e malaffare? Ci racconta qualcosa –posto che la vicenda politica in questione sia importante- sulla città di Roma e sui suoi cambiamenti al tornante della crisi. La risposta è NO. Questa storia non ci parla affatto di una città dove dopo la crisi tra le persone fino ai trenta anni, solo un “giovane” su tre ha un’occupazione, dovendo contare fra questi anche quelli che ne ricavano solo i soldi per una pizza. L’infinita prosopopea su Roma città del vizio, è rinforzata da un’industria cinematografica che, pur presentandosi come critica, si mette in realtà al servizio del Potere producendo le immagini di una Roma che non esiste, o che -se volete- è sempre esistita. “ Suburra” non dice quali siano stati gli effetti della distruzione di ricchezza avvenuta tra il 2008 ed il 2014 (la più grave tra i territori regionali in Europa, insieme non casualmente a Calabria e Sicilia), ma ne identifica con certezza le cause. Il malaffare inteso come habitus degenerato dell’abitante dell’Urbe, che si è fatto attaccare dal cancro della Corruzione perché anch’egli privo di anticorpi.

Contro questo disfattismo per riuscire ad orientare un punto di vista critico bisogna innanzi tutto rovesciare completamente la prospettiva. Il dibattito ossessivamente amplificato dai più grandi media nazionali sulla Capitale non è niente altro che la riproposizione odierna di quella che nella storia dell’Italia Unitaria si è chiamata “Questione Romana”. Dopo che Roma è diventata la Capitale d’Italia suggellando simbolicamente l’egemonia della borghesia di una parte del paese su tutto il territorio nazionale, i discorsi pubblici sulla Capitale sono diventati lo specchio riflesso dei conflitti interni, delle ansie e delle aspirazioni delle classi dominanti Italiane sul futuro del paese tutto. Perché la particolarità di questo paese è che, anche dentro la scala dello Stato Nazione, il dominio delle classi superiori è sempre stato fortemente localizzato. Bisognerebbe invece rovesciare la prospettiva e tentare di capire che cosa le vicende della Metropoli romana fatte di intrighi, ma anche e soprattutto di conflitti di massa possono dire oggi sulla trasformazione del Paese. Proviamoci.

La sinistra intellettuale borghese si è sempre distinta nell’esercizio del moralismo come arma politica e nel 1955 restò celebre l’inchiesta dell’Espresso, che sta costantemente sulla bocca anche dell’ultimo opinionista, intitolata “Capitale corrotta, nazione infetta” che metteva in luce gli scandali connessi allo sregolato sviluppo edilizio di Roma e che portò successivamente alle dimissioni dell’allora sindaco Rebecchini. Era un’inchiesta che esprimeva oltre ad un sano giornalismo di critica, anche l’intolleranza, oltre che la semplice incomprensione, di un meccanismo di sviluppo basato esclusivamente sulla Rendita fondiaria. Mentre i modelli urbani delle città del così detto triangolo industriale abituavano la borghesia ed i ceti medi italiani ad iniziare a confrontarsi con il resto d’Europa, l’Italia aveva una Capitale dove le favelas rimarranno incontrastate fino agli anni ’70 e faceva finta di non capire che questo non era che l’effetto del consolidamento del suo dualismo territoriale.

Oggi l’intensità del lamento è identica, ma il contesto è totalmente cambiato. Non esiste più –se non nelle parole di qualche magistrato meridionale che con accento borbonico celebra le virtù del modello Expo- un’ Italia produttiva da contrapporre alla Capitale malata. Anzi, è il paese intero che ha imparato molto da Roma. La bolla immobiliare ha inondato di cemento tutti gli altri grandi comuni, medie città della decorossissima provincia emiliana o piemontese hanno dovuto dichiarare bancarotta per gli abusi dei loro amministratori, e la Milano “capitale morale”, dopo essere stato fra i pochi luoghi in Italia dove il Capitale aveva espresso la sua essenza ai tempi del fordismo, ora celebra la sua “rinascita” sul turismo fieristico di una sagra di paese di dimensioni continentali. Segno di quali tempi e di quale Capitalismo parliamo.

E allora perché intestardirsi a parlare dell’eccezione Romana in termini apocalittici, quando solo fino a pochi anni fa la stessa città era il “modello Roma”? Perché fino a dieci anni fa bastava un’etichetta per celebrare l’alleanza tra Pd e palazzinari, e l’impiego di tutte le risorse pubbliche ai fini della riqualificazione dei quartieri storici e della loro trasformazione in Disneyland per turisti, e ora bisogna rifondare la Capitale dalle fondamenta? Perché quel periodo ha creato le basi di una crisi sociale esplosa poi in decine di mobilitazioni, conflitti, palazzi occupati nei quartieri, che neanche il pugno di ferro militare prefettizio riesce a contenere? Anche, ma non solo. La risposta di quel (piccolo) pezzo di città fatto di professionisti, intellettuali e gente bene, che vive di nostalgia per quel periodo avrebbe potuto facilmente proiettare la causa del veloce declino sulla meteora post-fascista Alemanno, che pure dal Veltronismo aveva ereditato molto, cambiandogli però il segno. Del resto la fotografia di una classe politica impresentabile ritratta nelle sue maschere di maiale inizia allora, con Fiorito, consigliere regionale del pdl, che quelle maschere le compra con i soldi dei contribuenti. Passate le elezioni però, la narrativa del degrado non finisce ma anzi si moltiplica, investe Marino, la sua giunta, il sistema dei Servizi Sociali e straborda dal solo agone politico. I maiali prendono corpo “fisicamente” nelle stesse strade mentre rovistano nei rifiuti abbandonati sulla Boccea diventando il simbolo di una decadenza che smette di avere delle spiegazioni razionali, anzi le rovescia (metter un link alla foto). È qui che risiede la spiegazione del caso Marino. Se la manutenzione quotidiana della città è ai minimi termini, è a causa della draconiana cura di austerità imposta a Roma per risolvere la sua crisi fiscale, come quella di altre città. Invece il pubblico diventa esattamente l’obiettivo da colpire per la risoluzione del degrado. Marino si è prima debolmente opposto a questa strategia. Non per anti-liberismo, ma perché privato della leva della spesa pubblica veniva meno il modello Roma nella sua versione originale, fatta di significativi flussi di spesa orientati a sostenere l’attrattività turistica della città. Qui sta il punto per le classi dirigenti nazionali (ed una grossa parte di quelle locali, per non parlare delle gerarchie Vaticane): Marino ha fatto prima saltare il secondo salva Roma invocando folle armate di forconi, esponendo Renzi premier da appena un mese alla prima battuta di arresto e poi è stato incapace di adattare quel modello al tempo dell’austerità fiscale con una cura shock che innalzasse ancora di più il prelievo fiscale, privatizzasse definitivamente la gallina dalle uova d’oro Acea, e socializzasse il debito delle società municipali di servizio per poi metterle sul mercato. (Questo non gli ha ovviamente impedito di concordare il quadro normativo nel successivo e definitivo testo del salva Roma). Ha saputo, in compenso, esercitare il suo coraggio sul salario accessorio dei dipendenti comunali, sui carichi di lavoro dei lavoratori delle società municipali lasciando il lavoro sporco della repressione dei movimenti sociali ingenerati dalla crisi sociale della città al Prefetto Gabrielli.

Non ci interessa parlare della discutibile figura del sindaco genovese, ricordando soltanto a scanso di equivoci, non deve la sua ambiguità di comportamenti alla estraneità alla Politica, non essendo stato affatto candidato come espressione della società civile, ma come alfiere di Goffredo Bettini, plenipotenziario del pd romano per quindici anni, ideatore del modello Roma di cui sopra, e referente nel Pd dei grandi gruppi immobiliari. Va detto però, che al di là di Marino una specificità c’è nella vicenda romana. La mobilitazione dei poteri messi in campo per l’attuazione del progetto reazionario di ristrutturazione sociale della città è centrata non solo sulla Prefettura, ma anche sulla Procura della Repubblica. Da un certo tipo di lancio mediatico dell’Inchiesta Mafia Capitale, alla vicenda degli “scontrini”: dopo un silenzio di venti giorni l’iscrizione nel registro degli indagati di Marino avvenuta il giorno del suo estremo tentativo di restare in sella, la Procura di Roma ha sempre dato l’idea di giocare un ruolo in una partita decisiva. Non è un caso che una parte dei poteri giudiziari utilizzi il loro uomo-immagine del momento per propagandare che la Corruzione sia una morbo dell’intero corpo sociale della città e non un fenomeno criminale che cresce negli interstizi del rapporto tra Stato e Impresa. Nella Suburra nessuno è “innocente” dal politico, allo zingaro, al disgraziato. In questa maniera conflitto sociale e criminalità dei colletti bianchi sono immediatamente equiparati lasciando invocare una repressione che sia un tot al chilo, che consenta di estirpare il primo e lasciar proliferare la seconda. La via milanese ai grandi eventi è diventata nelle ultime ore qualche cosa di più di un riferimento ideale con la nomina del commissario prefettizio Tronca, quello dei 200 sgomberi prima di EXPO, il modello proposto è quello degli sgomberi e degli appalti truccati. La sfida è nell’opposizione sociale di questa città, e nei tanti settori di scontento che ancora non raggiungiamo, diffondere gli “anticorpi” per contrapporci ai veri barbari.

A Don Bosco contestato il PD #AntiMafiaCapitale

CN_f0cqW8AEoMUjIeri insieme alle realtà della Carovana delle Periferie abbiamo contestato la pagliacciata del Partito Democratico a Piazza Don Bosco in risposta al funerale dei Casamonica. La piazza chiamata dal commissario romano del partito degli affari Matteo Orfini, in un quartiere storicamente popolare, era molto distante dal tessuto sociale che lo abita. La contestazione è infatti stata un’ottima iniziativa, anche se tentata di oscurare da mezzi di informazione e polizia in assetto antisommossa. Denunciare che il PD e la gestione di Gabrielli non solo la soluzione, ma solo il riproporsi di una gestione della città affaristica e che schiaccia i più deboli, andandoli a stanare e a cacciare dai quartieri è un’indicazione importante per i prossimi mesi. Rilanciamo come altro momento di contestazione contro il PD e Mafia Capitale la manifestazione di oggi alle ore 17 a Piazzale Tiburtino in risposta allo sgombero di Degage, vietato dalla questura e che vuole denunciare il commissariamento di questa città per gli interessi legati a giubileo e palazzinari.

Di seguito il volantino dato in piazza dalla Carovana delle Periferie:

La fretta di voltare pagina….

La politica romana ha fretta di voltare pagina, di chiudere la vicenda mafia capitale, di chiamare i cittadini a raccolta per la legalità e di dimenticare rapidamente l’accaduto.
Ma mafia capitale non è un episodio, è un sistema e non basterà un processo per smantellarlo. Ricordate Mani Pulite? La DC e il Psi si sono sciolti, altri partiti minori sono scomparsi, ma la corruzione è dilagata nel paese come mai prima l’avevamo conosciuta. C’era una volta il clientelismo, con cui hanno governato per almeno trent’anni. Poi è stato il turno di tangentopoli, che ha retto la vita politica del paese fino a Berlusconi. Ora è il tempo dell’intreccio tra politica ed affari, nel senso che fai politica in Italia solo se riesci a farti sostenere e a ricambiare il sostegno da cordate affaristiche ed anche malavitose.
Mafia capitale non è un episodio, è il modo di essere della politica a Roma (e non solo a Roma). Appalti in cambio di sostegno economico per le elezioni, commesse economiche come merce di scambio per vincere le elezioni. Non un caso, ma la assoluta normalità. Il Pd e Forza Italia (o come diavolo si chiamano oggi quelli della destra) fanno a gara ad organizzare, in occasione delle elezioni, le cene con i grandi elettori, dove vanno costruttori, banchieri, direttori di giornali, amministratori di grandi imprese. Come ricompensano i loro favori, una volta vinte le elezioni?
A tenere vivo questo meccanismo c’è il continuo ricorso ai privati nella gestione dei servizi: più si allarga lo spazio delle privatizzazioni e più si alimenta questo gioco. C’è tra gli organizzatori della manifestazione per la legalità qualcuno contrario alle privatizzazioni dei servizi?
La fretta di voltare pagina va di pari passo con la voglia di vendere tutto ai privati, dalle case popolari ad Atac, dall’Ama agli asili.
….per vendere Roma

CAROVANA DELLE PERIFERIE