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Rompere il ricatto della promessa. Riflessioni sulla lotta della Roma Tpl

Il deposito della Roma Tpl di Tor Cervara è circondato da lamiera e cemento: ex fabbriche dismesse, magazzini, rimesse e sale bingo. A pochi passi, forme di vita quotidiana: Tor Sapienza, proprio li dove si dispiega il complesso del Giorgio Morandi dove l’anno scorso di questi tempi gli abitanti delle case popolari si sono scagliati contro un centro di accoglienza ottenenendone la chiusura. Dall’altro lato, invece, si trova il centro di indentificazione per migranti della questura di Roma. Lo stesso giorno in cui è iniziato il blocco della rimessa, decine di migrnati del Baobab attendevano di essere identificati straordinariamente a causa del “pericolo terrorismo”. E ancora, il campo rom di via Salviati motivo di lamentele da parte dei “cittadini” per i fuochi tossici che arrivano fino alle case di Tor Sapienza e su cui la Lega ha fatto la sua comparsa sbandierando la solita logica della ruspa. Una periferia al centro delle cronache che hanno attraversato gli ultimi anni di una Roma in transizione. Un concentrato di contraddizioni che ad intervalli regolari ritorna protagonista. Un contesto che abbiamo attraversato anche questa volta, all’alba, con i lavoratori della Tpl.

Circa una settimana fa duemila autisti, ausiliari e ispettori hanno bloccato le principali rimesse da cui ogni mattina partono gli autobus che forniscono il trasporto pubblico delle periferie. Hanno messo in crisi il sistema dell’appalto pubblico più grosso d’Europa – così ci raccontano gli autisti – bloccando per otto giorni consecutivi il servizio. Una protesta che a Roma non si vedeva dagli anni ’90 proprio quando è stata approvata la legge sul servizio pubblico essenziale. Allora gli scioperi nel trasporto pubblico, quelli estesi, erano molteplici proprio a ridosso dei mondiali degli anni’90. Ricorsi storici, si potrebbe dire, che hanno come protagonisti i grandi eventi. La Roma Tpl è stata istituita durante il giubileo del 2000 e da allora non ha mai perso un appalto! Per più di sedici anni la classe dirigente che si è alternata al governo della capitale ha confermato sempre la stessa azienda pagandola a chilometri percorsi: circa 3 euro e 80. Migliaia e migliaia di euro. Oggi, alle porte dell’ennesimo grande evento che attraversa questa città, il giubileo straordinario della misericordia, Tronca e Gabrielli sperimentano nuove restrizioni e divieti. Non basta infatti, la legge sui servizi essenziali, importante per consentire il buon andamento dei mondiali di allora, in tempi di crisi di lungo periodo serve anche la moratoria degli scioperi per impedire le proteste. Come ci hanno dimostrato i lavoratori della Tpl di fronte a 1100 euro al mese per lo più non erogati per due mesi, senza indennità, con 143 esuberi in campo, mancato pagamento dell’erg dal 2009, mancanza di buoni pasto adeguati e mancato pagamento del premio di produttività, della legge sul servizio pubblico essenziale non gliene frega niente a nessuno. Imporre sacrifici ha un costo e di questo il Pd di Renzi ne è consapevole, come fare in una città in cui si vorrebbe far arrivare migliaia di pellegrini facendo lavorare la gente gratis?

Gli autisti della Tpl erano consapevoli di tutto questo ed erano consapevoli anche dei numerosi nemici in agguato, il primo fra tutti la mancanza di unità tra i lavoratori che i nemici, quelli in carne e ossa, in otto giorni di blocco hanno fatto in modo di distruggere. Lavoratori che fino a ieri, costretti dalle condizioni materiali, erano parte integrante di un sistema marcio composto di clientela, favoritismi e familismi hanno rotto il ricatto della promessa. La promessa del lavoro tramite cui sono entrati nella Tpl, la promessa del posto fisso come condizione per rimanerci, la promessa del trattamento migliore come dispositivo di affiliazione al sindacato, la promessa dell’assunzione del proprio familiare in cambio di fedeltà all’azienda, la promessa di una vita diversa da quella di partenza. Una promessa a cui non crede più nessuno. I lavoratori della Tpl hanno chiamato il blocco indipendentemente da qualsiasi sigla sindacale, hanno resistito alle minacce del Garante degli scioperi per otto giorni e per otto giorni hanno cercato di difendere un’unità che lo stesso meccanismo della promessa ha sempre distrutto. Si sono difesi dal direttore della rimessa che ha reinserito i turni variabili, si sono difesi dai politici che vestivano i panni dei nipoti assunti dall’azienda per offrire ricompense e altrettante promesse, si sono difesi da loro stessi mettendo in primo piano le loro esigenze collettive. Hanno scavalcato i sindacati mille volte e mille volte, molto semplicemente, hanno indicato nei sindacati stessi uno dei loro problemi e alla fine hanno mollato. Perché?

All’ottavo giorno di sciopero attendevano un incontro, annunciato pubblicamente con il prefetto Gabrielli. Il prefetto ex capo della digos di Roma del periodo post Genova, un particolare da considerare sempre osservando come si muove pubblicamente, aveva espresso parole di profonda vicinanza alla protesta dei lavoratori senza stipendio e intanto firmava insieme ai confederali la moratoria sugli scioperi durante il Giubileo. Due giorni prima i lavoratori vengono convocati dal vice capo di gabinetto del prefetto avvertendoli che lo sciopero stava provocando numerosi disturbi alla città e che la sua perpetuazione poteva mettere in campo la precettazione ed eventuali indagini di interruzione di pubblico servizio. Come risultato, all’incontro con il prefetto si presentano i sindacati e due lavoratori che hanno accettato un accordo in cui il prefetto intima l’azienda a pagare gli stipendi dietro la promessa di bloccare la protesta all’istante. Tutto questo nonostante ancora non tutti i lavoratori (soprattutto quelli dei subappalti) hanno ricevuto lo stipendio né di ottobre né di novembre e che in questa trattativa non fosse presa in considerazione la piattaforma rivendicativa costruita unitariamente dai lavoratori durante le giornate di mobilitazione. Un incontro sbagliato che come dicevano alcuni fin dall’inizio non si doveva fare. I lavoratori ci dicevano che il loro interlocutore non poteva e non doveva essere la politica, quella stessa che li ha assunti, che li ha impoveriti, che li ha riempiti di false promesse. Il loro interlocutore doveva essere l’azienda, quella che li dovrebbe pagare, loro non volevano essere merce di scambio tra la Roma Tpl e la politica. Ed invece per l’ennesima volta lo sono stati anche grazie al consenso di chi ha firmato quell’accordo. Erano consapevoli di doversi svincolare dalla logica della promessa e lo sono ancora ora, proprio per questo credono non sia finito il percorso da fare. Del resto Roma non si conquista in un giorno e soprattutto le logiche su cui si è retta fino ad ora. Oggi sicuramente c’è lo spazio e l’occasione per cogliere quel rifiuto che esiste è tangibile ma non ha gli strumenti per vincere.

Mentre si svolgeva il blocco delle rimesse di Roma i confederali firmavano l’accordo nazionale del trasporto pubblico dopo sette anni. E’ un caso? Pensiamo di no. Con un sindacato ai minimi storici per adesione e iscritti, si fa sempre più ampio lo spazio tra consapevolezza e esigenza di chi si vede addosso tutte le contraddizioni del caso e chi li dovrebbe rappresentare. Ma nella Roma di Mafia Capitale i lavoratori della tpl non sono solo lavoratori, non si tratta “solo” di una vertenza che riguarda il lavoro. Riguarda la gestione dello spazio urbano, la trasformazione della governance capitolina, la rimodulazione dei corpi intermedi e il futuro di questa città. Le periferie sono una bomba ad orologeria a cui porranno gli argini necessari per non scoppiare, ma la misura è abbastanza colma. Se solo tutto quello che succede potesse essere messo in connessione, i rigagnoli di protesta potrebbero diventare un fiume in piena e invadere il resto della città. Per un cambiamento dal basso, un mondo ancora troppo intriso di tutto il marcio che il capitalismo italiano ha prodotto.

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Cercare l’Isis nelle scuole occupate

12274436_1661612784098487_7145202305970304460_nRiportiamo questo interessante articolo di @zeropregi che denuncia l’atteggiamento assurdo del prefetto di ROma e del commissario Tronca di decidere di ” Cercare l’Isis (anche) nelle scuole occupate” dichiarando guerra alle migliaia di studenti e studentesse dehgli istituti superiori di Roma che hanno giustamente occupato le scuole in protesta con la rifoma dell La Buona Scuola del Ministro Giannini.

La strage di Parigi ha già cambiato l’agibilità politica, in Francia e fuori dai suoi confini: da noi in Italia per esempio. Questo, fin da subito, poteva immaginarlo qualsiasi persona attenta.

A due settimane di distanza i risultati sono già davanti ai nostri occhi: a Firenze una scuola occupata il 20 novembre è stata sgomberata dalla polizia e sono stati denunciati 50 studenti.

A Roma l’occupazione del Virgilio, del 26 novembre scorso, vedeva dopo poche ore (alcuni) genitori e la preside schierati nel chiedere l’intervento della polizia.

La preside ha affermato che “nel quadro generale di allerta determinato dal terrorismo, appare del tutto irresponsabile la decisione di un gruppo di studenti di esporre una scuola come il Virgilio – situato a pochi passi da luoghi particolarmente sensibili e non a caso intensamente sorvegliati dalle Forze dell’Ordine – alla frequentazione di estranei”.

Il giorno prima, il 25 novembre, anche al liceo Mamiani gli studenti avevano provato ad occupare: tentativo fallito. La preside nei giorni precedenti aveva informato i genitori di avere ricevuto precise indicazioni dalla prefettura circa «l’assoluta inopportunità di permettere che si svolgano azioni di protesta “fuori controllo” in particolare in una scuola come il Mamiani, molto vicina alle aree della nostra città che in questo momento sono considerate “a rischio sicurezza” — di conseguenza non sarà permesso nessun genere di protesta o contestazione che non sia effettuata nell’ambito della legalità».

Si tratta, all’evidenza, degli stessi argomenti utilizzati dalla preside del liceo Virgilio, per chiedere l’intervento della polizia e lo sgombero della scuola.

Al Mamiani, poi, la preside si era accordata con la digos che aspettava fuori per intervenire in caso l’occupazione fosse riuscita; ci hanno pensato professori, studenti (evidentemente ben catechizzati prima dai genitori informati delle richieste prefettizie) e professori ad impedire l’occupazione.
A Firenze il questore della città ha dichiarato che «dopo l’esperienza dell’occupazione all’altro liceo di Porta Romana abbiamo deciso di non frapporre indugi per riportare la situazione alla normalità. Nei giorni scorsi la dirigente del liceo sgomberato, pur non avendo chiesto formalmente lo sgombero, aveva presentato denuncia alla questura segnalando l’occupazione in atto. L’occupazione è un reato, che ci dà una certa discrezionalità a seconda delle circostanze, del momento, delle condizioni di ordine pubblico, si decide come e quando intervenire».
Da quando una occupazione scolastica è un problema di ordine pubblico? Da quando il prefetto di Roma da indicazioni ai dirigenti scolastici di non permettere “proteste fuori controllo?” come se una occupazione scolastica fosse qualcosa “fuori controllo”.

Ma il nemico non era l’ISIS? Quando e come, invece, gli studenti sono diventati il nemico?

Quel che sta accadendo è abbastanza evidente: “l’emergenza terrorismo” ha prodotto un alibi per tutte le politiche repressive: viviamo in uno stato d’emergenza “reale” non dichiarato. Se in una città come Roma, unica capitale europea praticamente governata dal ministero dell’interno, aggiungiamo l’emergenza terrorismo al giubileo allora forse conviene alzare subito le mani e arrendersi.

Del resto i movimenti denunciano questo già da almeno qualche anno, soprattutto in quest’ultimo di anno, quando qualsiasi conflitto sociale, che fosse emergenza abitativa o altro, trovava come interlocutori non gli amministatori cittadini bensì la prefettura e i reparti della celere.

In Italia, a differenza della Francia, non è stato dichiarato lo stato d’emergenza. In Francia sono state vietate tutte le manifestazioni fino al 25 febbraio prossimo, tanto che la prevista manifestazione di domenica 29 contro il vertice di COP21 si è chiusa con le violente cariche della polizia francese e il fermo di oltre 200 manifestanti. Numeri impressionanti che denotano un clima impazzito, una arroganza del potere che usa a proprio consumo un momento delicato.

In Italia non c’è stato nessun attentato, non dovrebbe esserci la stessa tensione ma i segnali dicono l’esatto contrario. Il clima di terrore che viene creato ad arte è speculare alle politiche repressive. Si nutre di quelle paure per poter attuare tutta una serie di dispositivi di controllo o di repressione di ogni conlitto sociale.

“Sicurezza e libertà” è la parola d’ordine del partito democratico, dove dietro la parola “sicurezza” si nasconde solo l’abdicare la politica alle polizie. Lo slogan, peraltro, presenta un’assonanza allarmante con il grido osceno “Repressione è civiltà” urlato a squarciagola dal poliziotto protagonista del film “un cittadino al di sopra di ogni sospetto”: un’assonanza che testimonia una situazione di fatto.

Prefetti candidati sindaci, prefetti che fanno i sindaci, da Expo al Giubileo commissari straordinari con pieni poteri e pochi vincoli diventano amministatori e sceriffi, neanche fossimo nell’era dei podestà.

Del resto che la polizia avesse assunto una autonomia politica era già palese e il governo Renzi ha soltanto che confermato questa sensazione.
Il problema è che in un paese in cui l’impegno politico è delegato ai like o al culto del leader — che si chiami Berlusconi o Renzi cambia poco — chi si accorge di questa cappa repressiva sono solo quelli che politica la fanno sui territori, suoi luoghi di lavoro, ecc.

Per tutti gli altri queste sono solo le “conseguenze necessarie per salvare la nostra libertà”. Del resto proprio pochi giorni fa, come già a Milano per Expo, Tronca ha firmato un’ordinanza per limitare gli scioperi durante il Giubileo, iniziando proprio dal trasporto pubblico. Tutto questo mentre i lavoratori TPL, linee periferiche appaltate ai privati, stanno scioperando da giorni perché senza stipendio da mesi. Eppure, anche in piena sindrome da emergenza, uno sciopero periferico non sembra rappresentare lo stesso pericolo per i vari Tronca e Gabrielli, così come per i media locali si tratta di notizie marginali. La distanza tra periferia e centro, che sia un centro metropolitano o di classe, è sempre più profonda.

Lavoratori Tpl in sciopero: derubati dall’azienda, dimenticati dalle istituzioni

TPL ROMALo sciopero dei lavoratori del Trasporto Pubblico Locale di Roma continua ad oltranza. Il presidio che sta bloccando i cancelli della rimessa di Tor Cervara era anche oggi gremito di lavoratori e lavoratrici in sciopero già dalle prime ore del mattino. Le condizioni lavorative in cui si trovano i lavoratori sono abbastanza gravi e queste sono la diretta conseguenza della fermezza con cui si sta affrontando, almeno per il momento, la protesta.

La Tpl è un’azienda che ha vinto l’appalto delle linee periferiche del comune di Roma durante il Giubileo del 2000 per potenziare, almeno così si giustificava allora, il trasporto pubblico della metropoli in vista del grande evento. Quindici anni dopo si è arrivati al capolinea, dopo anni di proteste da parte dei circa duemila lavoratori impiegati dalla ditta, oggi l’azienda è arrivata a non pagare gli stipendi. Da circa due mesi, i lavoratori in sciopero non percepiscono lo stipendio e in busta paga sono scomparse le indennità, di cui hanno diritto, gravando sulle retribuzioni con una perdita economica di oltre 500 euro mensili.

Nonostante il comune di Roma paghi all’azienda appaltante tre euro e ottanta a chilometro, si parla quindi di circa 880 milioni di euro in pochi anni, l’azienda si rifiuta di pagare gli stipendi perché il comune di Roma ha bloccato alcuni fondi che devono essere ancora trasferiti al consorzio Tpl. Nei numerosi livelli che intercorrono tra i lavoratori e chi dovrebbe derogare lo stipendio, le risorse pubbliche vengono sperperate tra dirigenze e favori politici a discapito di chi da due mesi ha continuato a lavorare ogni giorno, per sette ore al giorno, nonostante la mancata erogazione dello stipendio.  E quello della TPL è solo uno dei tanti esempi di come l’amministrazione pubblica intenda gestire i servizi: appaltando con gare a ribasso ad aziende private. In questo modo il risparmio che vorrebbe esser la giustificazione di tale meccanismo di appalti passa solo sulle spalle dei lavoratori: i dipendenti TPL infatti, a parità di ore lavorative ,percepiscono di norma uno stipendio che è minore di quello dei diretti dipendenti Atac

Va sicuramente evidenziato un aspetto: il comune di Roma è in default e il Salva Roma ha imposto tagli e il risanamento del bilancio. Ma debito vuol dire anche non erogare i fondi alle ditte appaltanti, vuol dire far pagare i costi della corruzione della politica a chi lavora nei servizi e a chi ne usufruisce. Non a caso, abbiamo un comune commissariato e un prefetto dotato di superpoteri incaricati, direttamente dal Pd, di imporre un Giubileo che riattivi in qualche modo l’economia romana tramite il turismo. Ma a quale costo? Lavorare gratis e senza la possibilità di fare sciopero? E’ questo il modello expo dell’ex prefetto di Milano Tronca? Perché il dibattito sulla moratoria agli scioperi non si è concluso e probabilmente i sindacati confederali sono disposti ad accettare la pax sindacale durante il giubileo. Allora nasce una domanda spontanea: a chi serve il giubileo? Domanda che dovremmo rivolgere direttamente al senatore del Pd Esposito che in questi giorni ha espresso solidarietà ai lavoratori della Tpl.

Ma i lavoratori sembrano essere consapevoli di due fatti importanti, il che rende particolarmente interessante la situazione. Primo, che la controparte principale è l’azienda e in secondo ordine il Comune. L’azienda che a discapito dei dipendenti continua ad acquistare mezzi e pagare lauti dividendi e stipendi a dirigenti ed azionisti; il comune di Roma con il quale discutere vuol dire ricevere promesse o elemosine senza un reale cambiamento dei meccanismi che gestiscono i servizi.

Inoltre, sono consapevoli che il picchetto è uno strumento forte perché colpisce tanto l’azienda che viene pagata a chilometri percorsi e quindi rischia di perdere dei soldi se gli autobus non partano dai capolinea; tanto Roma Capitale che sarà costretta ad intervenire perché TPL gestisce il 30% del trasporto romano che in questi giorni ha subito il blocco di 92 linee periferiche, in una situazione perlopiù al collasso in cui la metropolitana di Roma è ferma a giorni alterni per guasti tecnici. I lavoratori, in maniera indipendente,  hanno elaborato un piano rivendicativo in 6 punti di cui i principali sono: il pagamento degli arretrati di ottobre e novembre, il blocco dei 143 esuberi e il pagamento delle indennità e dei buoni pasto e per il momento non sembrano desistere dall’ottenere quello che egli spetta.

In queste ore il commissario Tronca sta lasciando dichiarazioni sull’erogazione degli importi dovuti a Tpl o meglio dire ai lavoratori. Ma questo è solo una parte di quello che i lavoratori chiedono, le indennità e gli altri pezzi di salario che mancano tanto quanto gli esuberi sono un problema su cui ancora l’azienda non si è espressa. Intanto, da quando è iniziato lo sciopero pesanti sono le dichiarazioni del presidente dell`Autorità di garanzia per gli scioperi che continua a minacciare i lavoratori di sanzioni per interruzione di pubblico servizio

La protesta dei lavoratori della Roma Tpl risulta emblematica delle contraddizioni della gestione economica e politica della città, una gestione che ha una continuità pluridecennale che in questo caso va dal giubileo del 2000 a quello attuale. Vincere questa battaglia può essere un grande esempio per tutti i lavoratori e le lavoratrici del comune di Roma che hanno subito troppo spesso le manovre di una classe dirigente corrotta e senza scrupoli. Continuare la protesta e lo sciopero può essere una spinta per tutti coloro che sono stanchi di subire il ricatto del debito, la corruzione della classe dirigente, la prepotenza delle amministrazioni, può dare entusiasmo per inaugurare come si deve un’anno giubilare che tutto sembra tranne che pacificato